Il 23 giugno il gruppo mercenario russo Wagner, diventato famoso per le sue attività durante la guerra in Ucraina (e, in particolare, la presa di Bakhmut), si è ribellato all’autorità del governo russo e del Presidente Putin, tentando di attuare un colpo di Stato. L’iniziativa è fallita dopo diverse ore, grazie anche alla mediazione del Presidente bielorusso Lukashenko.
In cambio della cessazione delle ostilità, la leadership russa si è impegnata a non punire i componenti Wagner, in particolare il suo leader, Evgenij Prigozin. Lo stesso sarebbe dovuto andare in esilio in Bielorussia, insieme a diverse migliaia di combattenti Wagner ma, a quanto risulta, si troverebbe ancora in Russia.
La rivolta della Wagner è avvenuta dopo settimane di forti tensioni tra Prigozin stesso e il Ministero della Difesa russo. Secondo il capo della Wagner, infatti, il Ministero della Difesa avrebbe più volte minato l’attività del gruppo mercenario in Ucraina, limitando la fornitura di armi e sabotandone l’operato. La rivolta sarebbe una risposta a queste azioni e all’incapacità dei vertici russi di condurre le operazioni in Ucraina in modo soddisfacente.
Nonostante il fallimento, l’azione ha sicuramente mostrato la vulnerabilità della Federazione Russa, impegnata oramai da più di un anno in Ucraina senza vedere la fine delle operazioni. L’unica nota positiva per Mosca è il parziale fallimento dell’offensiva ucraina, per ora non in grado di recuperare seriamente il terreno sottratto dai russi.
