Quello che già il 17 giugno 2026 sembrava un cessate il fuoco di 60 giorni che poggiava su un Memorandum of Understanding (MoU) fin troppo vago, in queste settimane fà venire a galla la vera questione geopolitica: come, e soprattutto chi, gestirà il traffico navale a Hormuz? Perchè se il MoU siglato da Iran e USA stabiliva che durante i 60 giorni di tregua le navi dovessero passare da Hormuz senza pedaggio, nulla impedirebbe però a Teheran di imporre tariffe al termine come condizione necessaria per la pace. Ed è su questo punto che l’Amministrazione Americana e gli Ayatollah sono in completa divergenza, ed è il motivo principale alla base della ripresa degli scontri, che vedono l’Iran lanciare attacchi contro asset civili e militari americani in Bahrain, Kuwait, Oman e la Giordania, che hanno visto la morte di tre soldati americani, nonché verso petroliere occidentali che transitavano senza il permesso del regime. In risposta, gli USA hanno attaccato infrastrutture civili strategiche in Iran, come ponti, e militari, come una torre di controllo, siti di difesa aerea e sorveglianza costiera, quelli per il lancio di droni e le reti di comunicazione, nonché una petroliera del regime. L’Iran ha chiesto inoltre agli Houthi, e ottenuto, supporto nel Mar Rosso, con delle petroliere saudite bombardate, e minacciando escalation in caso di ulteriori attacchi americani. Minaccia alla quale Trump ha reagito con la possibilità di bombardamenti massicci che però, allo stato attuale, non si sono verificati. Le schermaglie ad Hormuz si andrebbero ad inserire nella più larga strategia negoziale sul punto più dirimente di tutti: è possibile imporre il principio secondo il quale i chokepoint possono avere un pedaggio per il traffico mercantile, in aperta violazione della Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS)? E se si, cosa impedirà in futuro che vengano imposti pedaggi anche a Capo di Buona Speranza o nello Stretto di Malacca? Per gli Stati Uniti, la navigazione libera nei chokepoint è un principio non negoziabile, mentre per l’Iran il controllo dello Stretto potrebbe essere la contropartita per la cessazione del conflitto, almeno nel medio termine. Insieme al nucleare iraniano, sul quale Washington sembra non transigere, è questa la partita più importante che si sta giocando, e che non riguarda solo il traffico e la sicurezza di Hormuz, ma l’intera architettura della navigazione e del commercio mondiale.
Tornando ai dettagli dello scontro militare, ormai il modus operandi del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è diventato abbastanza prevedibile: esagerare i due status opposti, sia di belligeranza che di pace, con dichiarazioni belliche oltremodo esagerate, per poi proseguire magari o con una serie di bombardamenti mirati, per poi esagerare la volontà di pace della controparte, o con un dietrofront totale e volontà di riapertura dei colloqui di pace. In alcuni ambienti anti-trumpiani, questo modus operandi è persino codificato: TACO, acronimo di Trump Always Chickens Out. Spesso ne seguono repentini movimenti ribassisti in borsa ogni qual volta Trump fa dichiarazioni belligeranti, susseguite da un repentino rialzo allorquando si mostra conciliante, alimentando i sospetti di insider trading tra i suoi avversari politici. L’esempio di questo approccio si ha proprio nell’approccio trumpiano in questi ultimi giorni: prima minaccia di distruzione verso l’Iran, poi minaccia di pedaggi del 20% come assicurazione per il transito in sicurezza attraverso Hormuz, poi subito revocata il giorno dopo, limitando l’azione al solo blocco dei porti iraniani e continuando nel frattempo con lo scambio di piccole schermaglie militari. Ovviamente a farne le spese è l’operatività logistica dello Stretto di Hormuz, chokepoint fondamentale per il passaggio di greggio. A livello di disponibilità di petrolio fisico, il greggio che transita da Hormuz va per l’80% verso i mercati asiatici, come Cina, Corea del Sud e Giappone, ma ovviamente un blocco influenza anche l’Europa e l’Italia poiché il mercato petrolifero è globale e altamente finanziarizzato.
Lo scenario geopolitico che si prospetta è molto variabile nel breve-medio termine, e si suppone possa rimanere sostanzialmente invariato almeno fino alle elezioni midterm USA del novembre 2026, che possono influenzare la volontà politica o meno del presidente Trump di accelerare o decelerare – e sirianizzare – il conflitto con l’Iran. I sondaggi dicono che 2 americani su 3 non approvano la guerra con l’Iran, la Camera dei Rappresentanti e il Senato hanno votato una risoluzione – con i voti anche dei repubblicani – a favore della fine della guerra con l’Iran, un atto dal valore poco più che simbolico ma che evidenzia crepe politiche profonde nel campo conservatore. La Camera ne ha votata anche un’altra, con 214 voti a favore e 208 contro, mentre il Senato l’ha bloccata. I sondaggi danno la Camera in mano Dem ed il Senato in bilico. Una sconfitta elettorale potrebbe convincere il Presidente Trump ad accelerare i negoziati. A livello di attivismo politico grassroot, sempre più voci – una volta pienamente trumpiane – oggi sono molto critiche verso l’operato di Trump, come l’ex anchorman di Fox News Tucker Carlson e – tra i più giovani – l’influencer Nick Fuentes. Trump ha più volte ribadito la legittimità politica e morale della guerra all’Iran, ma la volontà di raggiungere un deal tradisce la fretta di voler chiudere questo capitolo una volta per tutte, magari per non scoprirsi troppo alla sua destra. Un’altra possibile interpretazione è che, essendo ormai il suo ultimo mandato, Trump poco si preoccupi delle conseguenze politiche delle sue azioni e – laddove un deal diventi complicato – preferisca continuare con questo status quo anche al costo di perdere le mid-term e complicare la campagna presidenziale repubblicana del 2028.
A livello di sicurezza fisica, le schermaglie tra Iran e USA influenzano ovviamente l’operatività e la sicurezza dei cargo e delle petroliere che transitano per Hormuz, con conseguente spirale inflazionistica. Nondimeno, l’attore le cui azioni possono veramente influenzare l’attivismo e la violenza nelle piazze europee rimane Israele. Se Israele tornerà a bombardare massicciamente il Libano – cosa che già succede anche in questi giorni ma senza la stessa continuità e drammaticità mediatica degli attacchi di questi anni su Gaza – nei mesi di settembre, ottobre e novembre le piazze europee possono tornare protagoniste di manifestazioni più o meno violente da parte dei collettivi pro-Palestina ed in generale anti-Israele. Queste manifestazioni sono spesso prese in ostaggio da gruppi violenti, anche piuttosto numerosi, con gravi conseguenze per la sicurezza di passanti, operatori commerciali fisici, automobili, mezzi pubblici e personale politico e diplomatico. Si consiglia, specialmente nei centri dei grandi agglomerati urbani come Roma, Milano, Genova, Napoli e Bologna, di prepararsi all’evenienza in caso di aumento delle tensioni in Medio Oriente e di seguire le comunicazioni delle Prefetture locali. Questo scenario resta – per ora – relativamente improbabile, dal momento che il Libano e Israele hanno firmato il mese scorso un accordo quadro, mediato dagli Stati Uniti, che prevede un ritiro graduale di Israele dal territorio libanese. Saranno certamente possibili bombardamenti isolati, ma molto probabilmente non uno scenario simile a Gaza.
Per la sicurezza energetica, ovviamente l’accentuarsi della crisi estiva si andrebbe ad innestare in un quadro di picchi di consumo della rete elettrica, con conseguenze sui costi dell’energia elettrica e dei prodotti raffinati alle pompe di benzina. In caso di crisi nei mesi autunnali, lo shock petrolifero si riverberebbe sui prezzi dei futures del gas, che farebbero schizzare alle stelle il costo del riscaldamento, in caso di inverno particolarmente rigido.
