MASSICCE PROTESTE IN IRAN

MASSICCE PROTESTE IN IRAN

13 Gennaio 2026 - News, Approfondimenti

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Dalla fine di dicembre 2025, l’Iran è attraversato da proteste diffuse su scala nazionale. Queste manifestazioni, inizialmente scaturite per motivi economici, si sono rapidamente trasformate in una sfida politica diretta al regime degli ayatollah, segnando la più vasta ondata di dissenso pubblico da anni. La miccia delle proteste è stata l’esplosione dell’inflazione, la caduta del valore del rial e la crescente difficoltà di accesso a beni di prima necessità. Alcuni commercianti della Grand Bazaar di Teheran hanno chiuso le loro attività in segno di protesta contro il crollo del potere d’acquisto, innescando una mobilitazione più ampia che si è estesa in poche settimane in tutte le 31 province del paese.

Pur nascendo da motivazioni economiche, le proteste hanno assunto connotati politici chiari. I manifestanti, costituiti in larghissima parte da giovani, studenti, lavoratori e commercianti, hanno gridato slogan contro la leadership religiosa – in particolare la Guida Suprema Ali Khamenei – e vi sono state richieste di riforme sistemiche o addirittura di rovesciamento del regime. Tuttavia, il regime, che continua a mantenere il fondamentale sostegno della Guardia Rivoluzionaria e della parte islamista della popolazione, ha represso e sta reprimendo le proteste in modo brutale.

Le prime stime parlano di centinaia di morti, potenzialmente fino a 2.000, con migliaia di arresti e feriti. Inoltre, per cercare di isolare il movimento e impedire la diffusione di informazioni, le autorità hanno imposto un blocco nazionale delle comunicazioni Internet e delle telefonate internazionali dalla prima settimana di gennaio, limitando l’accesso a reti mobili e servizi dati. La mossa ha drasticamente ridotto la capacità di documentare gli eventi dall’interno.

Il movimento di protesta ha attirato l’attenzione internazionale. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, hanno annunciato sanzioni commerciali severe nei confronti dell’Iran, includendo dazi del 25% sulle transazioni commerciali con Teheran, nel tentativo di aumentare la pressione sul regime. L’Unione Europea e altri governi occidentali stanno considerando ulteriori misure restrittive, mentre l’Alto Commissario ONU per i diritti umani ha condannato la violenza e richiamato Teheran al rispetto delle libertà fondamentali. Infine, si è udita forte anche la voce di Reza Pahlavi, figlio dello Shah deposto nel 1979, che ha offerto il suo sostegno ai manifestanti e si è detto pronto a tornare in Iran per cambiare le sorti del Paese.

Mentre il presidente Masoud Pezeshkian ha cercato di bilanciare richieste di dialogo con la necessità di mantenere l’ordine, la Guida Suprema Khamenei ha intensificato la retorica repressiva, definendo i manifestanti come “nemici della legge” e mettendo in allerta le forze paramilitari dei Pasdaran. Inoltre, si è detto pronto alla battaglia contro gli Stati Uniti e tutti i Paesi ostili. L’incertezza politica interna è accentuata dalle dinamiche economiche stagnanti, dallo scontro con gli Stati Uniti e dalla competizione geopolitica nella regione, che rendono difficile prevedere una rapida de-escalation.

Questa ondata di proteste si distingue non solo per la sua estensione geografica e per la durata, ma anche per l’intensità delle richieste politiche e la reazione repressiva dello Stato. La combinazione di crisi economica cronica, pressione internazionale e crescente insofferenza sociale potrebbe segnare una fase critica per la stabilità interna dell’Iran — con conseguenze che potrebbero riverberarsi sulla più ampia geopolitica mediorientale nei mesi a venire.