NUOVA OPERAZIONE MILITARE IN IRAN?

NUOVA OPERAZIONE MILITARE IN IRAN?

22 Febbraio 2026 - Approfondimenti

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Le tensioni tra Iran e Stati Uniti hanno nuovamente raggiunto un livello critico nel corso del mese di febbraio. Il Presidente statunitense Donald Trump ha intimato all’Iran di arrivare rapidamente a un accordo sulla questione del nucleare, mentre un imponente dispiegamento americano nel Medio Oriente – il più massiccio dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003 – rende possibile anche l’opzione militare. I negoziati indiretti a Ginevra e Muscat hanno prodotto solo vaghi “principi guida”, e Teheran rifiuta categoricamente le richieste USA di azzerare l’arricchimento dell’uranio e limitare il programma missilistico. Per gli Stati Uniti, sempre più obbligati a considerare un futuro di scontro tra potenze, la partita iraniana va chiusa ora.

Le radici di un conflitto decennale
Le frizioni tra Washington e Teheran risalgono alla Rivoluzione Islamica del 1979 e alla crisi degli ostaggi. Il nodo centrale oggi resta il programma nucleare iraniano. Nel 2015, l’accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) limitava l’arricchimento al 3,67% in cambio della revoca di alcune sanzioni. Tuttavia, diversi dubbi permanevano in merito alla reale efficacia dell’accordo che, tra l’altro, non limitava il programma missilistico iraniano. Trump uscì dall’accordo nel 2018, reintroducendo durissime sanzioni che hanno piegato l’economia iraniana. Da allora, l’Iran ha violato progressivamente i limiti sull’arricchimento: oggi Teheran sta arricchendo l’uranio oltre il 60%, un livello assolutamente non necessario per usi civili ma vicino al 90% essenziale per un’arma nucleare. Inoltre, ha accumulato scorte enormi di uranio arricchito.
Le proteste interne del 2025-2026, represse con migliaia di morti, hanno aggravato la situazione. Trump ha minacciato interventi in difesa dei manifestanti, mentre Teheran ha accusato gli USA di fomentare disordini. Il conflitto lampo Iran-Israele del giugno 2025 (12 giorni), con strike USA su siti nucleari come Natanz e Fordow, ha rallentato ma non fermato il programma iraniano. Nel mentre, l’Iran ha rafforzato legami con Russia e Cina; inoltre, ha insistito nel sostegno a proxy come Hezbollah, Houthi e milizie irachene che attaccano interessi USA e israeliani. La Guida Suprema Khamenei ha avvertito che un attacco americano scatenerebbe una “guerra regionale”.

Cosa vogliono gli Stati Uniti: un accordo omnicomprensivo o il cambio di regime?
Gli obiettivi USA sono ambiziosi e per Teheran equivalgono a una resa. Trump esige “zero arricchimento” permanente – non una sospensione temporanea – con smantellamento di centrifughe e smaltimento delle scorte. Questa è considerata una linea rossa per Washington, come ribadito anche dal Vicepresidente JD Vance e dal Segretario di Stato Marco Rubio dopo i colloqui di Ginevra.
Washington vuole anche limitare il programma missilistico balistico iraniano e forzare Teheran a cessare il supporto a gruppi armati e terroristici regionali: Hezbollah, Houthi, milizie sciite in Iraq e Siria. Rubio ha aggiunto richieste su diritti umani e fine della repressione interna. Tale approccio ha portato alcuni critici a sostenere che questi obiettivi puntino implicitamente a un regime change, dato che il sistema teocratico si basa su ideologia rivoluzionaria e proiezione regionale. A differenza del passato, tuttavia, i neoconservatori (sostenitori per antonomasia dei regime change) non sono più al potere: il principale interesse americano, dunque, è relativo alla questione puramente militare e strategica: armi nucleari, missili balistici, supporto a proxy regionali.
Trump ha negato di volere un’invasione su larga scala, ma ha accennato a strike “mirati” per degradare leadership e capacità, inclusi possibili assassini mirati. In sintesi, gli USA cercano un Iran denuclearizzato, demilitarizzato e deradicalizzato – un obiettivo che molti esperti considerano irrealistico senza un conflitto esteso.


I round negoziali 2025-2026
Negli ultimi mesi ci sono stati diversi round negoziali tra i due Paesi. Nel 2025, cinque round indiretti (aprile-giugno), mediati dall’Oman, hanno prodotto progressi minimi: l’Iran ha offerto di ridurre l’arricchimento e aprire a ispezioni IAEA, ma ha rifiutato l’obiettivo zero arricchimento. Il sesto round è stato annullato dopo gli strike USA-israeliani.
Nel 2026, con proteste represse e sanzioni che hanno fatto crollare il rial (con inflazione oltre il 60%), Teheran ha mostrato una cauta apertura. Il primo round (6 febbraio, Muscat) ha portato a un “accordo su principi guida”. Il secondo (17 febbraio, Ginevra) ha visto l’Iran proporre una sospensione temporanea dell’arricchimento e l’esportazione di uranio al 60%, in cambio della revoca delle sanzioni. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito i colloqui “costruttivi”, ma ha negato che gli USA abbiano imposto zero arricchimento – smentito da fonti americane.
L’Iran ha promesso una proposta scritta a stretto giro, ma molti esperti ritengono improbabili concessioni significative, o comunque in linea con il volere americano: Teheran insiste sul “diritto all’arricchimento” e rifiuta di discutere missili o proxy. Trump è pessimista: ha dato un ultimatum di pochi giorni per un “meaningful deal”, avvertendo che altrimenti il risultato potrebbe essere spiacevole per Teheran. I negoziati sono mediati da Oman e Svizzera, ma restano limitati al nucleare per volere iraniano.

Il messaggio di forza americano
Proprio in risposta alle reticenze iraniane, al fine di aumentare il ventaglio di opzioni disponibili ed esercitare pressione, da fine gennaio 2026 gli USA hanno accelerato un buildup militare significativo nella regione mediorientale. Due gruppi portaerei: USS Abraham Lincoln (nel Mar Arabico da gennaio) e USS Gerald R. Ford (in arrivo presso le coste israeliane), con oltre 150 aerei da combattimento ciascuno. Aggiunti oltre 120 velivoli (F-22, F-35, F-15, F-16, B-2 stealth), sottomarini nucleari, oltre 14 navi da guerra, sistemi antimissile e centinaia di tanker e cargo per supporto logistico.
Circa 30-40.000 truppe USA sono già presenti nella regione e sono state condotte evacuazioni parziali di personale non essenziale da ambasciate e basi, un segnale che indica preparazione per possibili strike. Questo dispiegamento – il più grande dal 2003 – permette centinaia di sortite al giorno per settimane. L’Iran ha risposto con esercitazioni congiunte con la Russia nel Golfo di Oman, chiusure temporanee dello Stretto di Hormuz per esercitazioni e ispezioni alle difese aeree/navali.

Attacco in vista?
La probabilità di un attacco USA è significativa soprattutto a causa della distanza tra le posizioni dei due attori e la necessità per Washington di provare a risolvere la questione. Diverse sono però le opzioni sul tavolo tra cui strike limitati su siti nucleari/IRGC per esercitare pressione, uccisioni mirate, o una campagna estesa per settimane per distruggere missili, siti nucleari e degradare la leadership iraniana.
L’opzione preferita da Trump, come sempre in situazioni simili, è quella delle azioni mirate, chirurgiche, per portare al negoziato ed evitare una guerra aperta. I rischi, tuttavia, sono considerevoli. Innanzitutto l’Iran potrebbe colpire basi USA nella regione sia direttamente sia indirettamente tramite i suoi proxy. Inoltre, potrebbe tentare di chiudere lo Stretto di Hormuz e tale manovra porterebbe a un significativo rialzo il prezzo del petrolio. Israele, inoltre, è pronto a unirsi a un’eventuale operazione, aumentando i rischi di estensione del conflitto.


Un bivio pericoloso
Le tensioni USA-Iran incarnano un dilemma classico nelle relazioni internazionali: diplomazia vs forza. Gli USA hanno bisogno di risolvere la partita iraniana e non possono accettare un Iran nuclearmente armato nella regione; al contrario, il regime iraniano vede nella bomba nucleare una garanzia sul suo futuro. Un deal limitato potrebbe emergere solo con concessioni iraniane su arricchimento, ma sembra a oggi poco probabile. Ambedue i contendenti, in mancanza di una opzione negoziale valida, possono essere portati a pensare che la soluzione militare resti l’unica accettabile, forse sopravvalutando le proprie capacità e possibilità di riuscita. Solo nel medio-lungo termine, tuttavia, sarà possibile tirare le somme.