Il Medio Oriente è precipitato in una nuova spirale di tensione nelle ultime ore, con un’escalation militare che ha visto gli Stati Uniti attaccare i siti nucleari iraniani. L’attacco, annunciato dal presidente Donald Trump nella notte tra il 21 e il 22 giugno, ha segnato un punto di svolta nel conflitto, trasformando una guerra già incandescente tra Israele e Iran in un confronto diretto che rischia di destabilizzare l’intera regione.
L’attacco statunitense: “Operazione Martello di Mezzanotte”
Poco prima delle 2:00 (ora italiana) di domenica 22 giugno, il Presidente Trump ha dichiarato che le forze armate statunitensi avevano colpito tre siti nucleari iraniani: Fordow, Natanz e Isfahan. L’operazione, denominata “Martello di Mezzanotte” dal Pentagono, avrebbe utilizzato bombardieri B-2 Stealth per sganciare bombe “Bunker-Buster” GBU-57, progettate per distruggere strutture sotterranee fortificate. Secondo fonti militari USA, l’attacco avrebbe “devastato” il programma nucleare iraniano, con l’obiettivo di neutralizzare la capacità di Teheran di sviluppare armi atomiche. Gli esperti avevano già segnalato che gli attacchi israeliani, per quanto mirati e devastanti, non avrebbero potuto interrompere il programma nucleare: solo gli Stati Uniti, infatti, hanno gli strumenti bellici per farlo. Da qui la decisione di tentare con l’operazione militare dopo il fallimento dei negoziati.
Tuttavia, le autorità di Teheran hanno sostenuto che il sito di Fordow “non ha subito gravi danni” e che i livelli di radiazioni non hanno mostrato aumenti significativi, come confermato anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Il direttore dell’AIEA, Rafael Grossi, ha riferito che gli attacchi hanno danneggiato edifici a Isfahan e gli ingressi ai tunnel sotterranei di Fordow, ma non è stato possibile valutare pienamente l’entità dei danni a Natanz e Fordow a causa della loro posizione sotterranea.
La risposta iraniana: missili su Israele
La reazione di Teheran non si è fatta attendere e ha preso la forma classica degli ultimi giorni. Poche ore dopo l’annuncio di Trump, infatti, l’Iran ha lanciato una serie di missili balistici e droni kamikaze contro città israeliane, tra cui Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa. Secondo i media iraniani, l’attacco ha visto impiegato per la prima volta il missile balistico Kheibar, con una gittata di 2.000 chilometri, capace a loro avviso di penetrare le difese aeree israeliane, inclusi i sistemi Iron Dome e Arrow. L’IRGC (Corpo delle Guardie Rivoluzionarie) ha rivendicato la distruzione di obiettivi strategici, come l’aeroporto Ben Gurion e centri logistici militari.
In Israele, i soccorritori hanno riportato almeno 86 feriti a causa dei missili iraniani, con ingenti danni a edifici a Tel Aviv. Tuttavia, l’IDF (Forze di Difesa Israeliane) ha dichiarato che la maggior parte dei vettori è stata intercettata, minimizzando l’impatto a terra.
Il ruolo di Israele: una campagna aerea incessante
Parallelamente, Israele ha intensificato i suoi attacchi contro l’Iran, colpendo depositi di droni, siti di lancio missilistico e infrastrutture nucleari come Isfahan, già bersagliata nei giorni precedenti. L’IDF ha riferito di aver distrutto oltre il 50% dei lanciatori di missili balistici iraniani, con operazioni che hanno coinvolto decine di caccia e droni. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito l’operazione USA “la continuazione delle nostre azioni per eliminare la minaccia nucleare iraniana”, lodando Trump come “un grande amico di Israele”.
Netanyahu ha anche collegato il conflitto con l’Iran alla situazione a Gaza, suggerendo che la pressione su Teheran potrebbe accelerare la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas, gruppo sostenuto dall’Iran.
Le reazioni internazionali: timori di una guerra regionale
L’attacco statunitense ha suscitato reazioni contrastanti. La Russia ha definito l’operazione “una pericolosa escalation” che rischia di spingere il mondo “verso una catastrofe nucleare”. Il Cremlino ha mantenuto una posizione ambigua, sottolineando i rapporti di fiducia con Israele ma anche la partnership con l’Iran, senza impegni militari diretti. La Cina, tramite il presidente Xi Jinping, ha invocato un cessate il fuoco immediato, promuovendo il dialogo come unica via d’uscita.
L’Europa si trova in una posizione delicata. Francia, Germania e Regno Unito hanno tentato una mediazione a Ginevra con il ministro iraniano Abbas Araghchi, ma Trump ha definito questi colloqui “inutili”, imponendo un ultimatum di due settimane a Teheran per negoziare o affrontare ulteriori conseguenze.
Nel Golfo Persico, gli Stati alleati degli USA, come l’Arabia Saudita, hanno condannato gli attacchi israeliani come una violazione della sovranità iraniana, mentre gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia hanno espresso “profonda preoccupazione” per un possibile allargamento del conflitto.
Le minacce asimmetriche dell’Iran
Teheran ha promesso “rappresaglie asimmetriche senza limiti” in caso di ulteriori attacchi, con il leader supremo Ali Khamenei al centro delle tensioni. Voci di un piano israeliano per eliminarlo sono state smentite da Trump, che ha comunque dichiarato di sapere “esattamente dove si nasconde” Khamenei, invitando l’Iran a una “resa incondizionata”. L’Iran ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz, un’arteria cruciale per il commercio petrolifero globale, e di colpire basi USA nella regione.
Sul fronte interno, l’Iran ha intensificato la repressione: 206 persone sono state arrestate per aver pubblicato contenuti online legati al conflitto, e un blackout di internet di 24 ore è stato imposto per limitare la diffusione di informazioni. Inoltre, è stato arrestato un cittadino europeo accusato di spionaggio.
Prospettive: verso un punto di non ritorno?
L’ingresso diretto degli Stati Uniti nel conflitto rappresenta un cambiamento strategico significativo, rompendo con la cautela mostrata da Washington nelle fasi iniziali della guerra, iniziata il 13 giugno con gli attacchi israeliani. L’obiettivo dichiarato di USA e Israele è impedire all’Iran di ottenere armi nucleari, ma l’AIEA ha ribadito che non ci sono prove di un programma nucleare militare attivo a Teheran.
Le prossime 48-72 ore saranno cruciali. L’Iran potrebbe optare per una risposta militare diretta contro basi USA o per attacchi asimmetrici tramite proxy come Hezbollah o gli Houthi yemeniti, che hanno già promesso di ampliare il conflitto. Sul piano economico, la minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz potrebbe far schizzare i prezzi del petrolio, con ripercussioni globali.
La comunità internazionale rimane divisa tra chi invoca una de-escalation diplomatica e chi, come Israele, spinge per una soluzione militare definitiva. Papa Leone XIV ha lanciato un appello per la pace, definendo il conflitto “una voragine irreparabile” per l’umanità. Tuttavia, con Trump che temporeggia su un intervento più ampio e Netanyahu che prepara il terreno per una “campagna prolungata”, il rischio di una guerra regionale su vasta scala non è mai stato così alto.
